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Quella notte di San Martino

Tace la notte di San Martino. La notte dove i cieli di rischiarano dei fuochi antichi, che tracciano il confine nel cambio di stagione. Il freddo si attenua, una parvenza quasi estiva con cieli tersi in attesa che si faccia freddo.

Foto di Enzo Gardener

Il mosto fermenta, ribolle, si dimena, prender forma e si tramuta in vino, vino novello per attraversare l’inverno e a Predazzo gli antichi rioni divampano nelle proprie identità. I fuochi dai diversi angoli del territorio sono giganteschi lampi che si alzano nella notte cupa…..

Ma in questa notte tutto tace e non ci saranno fuochi, campanacci e corna a scuotere il buio. Lá fuori rimane l’Alien, carico delle nostre paure e debolezze, a strisciare tra le strade, in ombre cupe e pazienti passi da assassino.

Era l’undici novembre del diemila20

È passato un anno da allora, le mie dita hanno smesso di scrivere quando tutto sembrava aver preso una piega nuova. L’Hotel Covid aveva chiuso, aveva chiuso per sempre, o così credevo e credevano tutti.

È passato un anno e in questa sera dell’unici di novembre duemila21, alle venti o giù di lì, i boati hanno scosso nuovamente i boschi e i cieli si sono rischiarati come un tempo, come se per un attimo tutto il male fosse stato accartocciato per benino e buttato tra le fiamme e il risuonare dei campanacci ne scacciasse, assordandone, il ricordo.

Dai diversi angoli del paese svettano le lingue di fuoco nella notte cupa, ma le strade, però, non saranno invase dal gorgogliante clamore delle genti in festa. Anche se qualche scampanellio si ode, aggirarsi furtivo.

Resteranno a vegliare il fuoco, consumeranno le ore notturne tra chiacchiere, risate e qualche sorso di vino, scacceranno le ombre, alimenteranno le speranze, continueranno a nutrire la tradizione in modo che non venga persa l’identità.

È passato un anno, 365 lunghi giorni, ma si ha come la sensazione di tornare indietro ed è forse per questo che quei boati questa sera hanno risuonato così vigorosi, così intensi, così autentici, perché non si vuole tornare indietro, ma si vuole andare avanti.

È passato un anno, 365 giorni, e possiamo ancora raccontarlo….

11/11/2021

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Qualcosa che assomiglia alla felicità

Credo che il tema della felicità sia il cuore pulsante di ogni essere, Esseri Felici. Ma questo stato di grazia ad alcuni, purtroppo, non è concesso, o concesso per brevi strati di vita che, tante volte, vengono anche dimenticati o rimangono come quei ricordi da trattenere per non perdersi.

Sebastiano Zanolli paragona questo stato dell’anima come un lavoro a sé, anzi il lavoro in sé, probabilmente perché si tratta di un percorso, un processo, un’attenta analisi dello stato dell’IO interiore in modo da captare quali sono le parti che frizionano sulle pareti rocciose e taglienti del malcontento.

Credo che lo stato di felicità sia necessariamente legato a una correlazione di elementi, come l’allineamento perfetto dei pianeti in un dato momento, in un dato tempo, in una data galassia, credo, infatti, che questo stato sia, generalmente, estemporaneo, e, appunto, come l’allineamento dei pianeti, accada di rado, in fasi diverse della nostra esistenza. In certi momenti può arrivare sotto forma di “sprizzi” di felicità, una sensazione estremamente potente, ma che si consuma in fretta, si esaurisce in un baleno, si consuma come una fiamma di un fiammifero. Non c’è un motivo particolare che innesca la fiammata, ma è una sensazione di elevazione estrema e il respiro che ne consegue allieta l’anima e si ha la sensazione di essere al posto giusto nel momento giusto.

Ma lo stato di felicità, dell’Essere Felice, è tutt’altra cosa. Probabilmente il lavoro da fare sta proprio nel cercare la concatenazione degli elementi giusta, in modo da poter far perdurare lo stato di felicità il più a lungo possibile. Cosa tutt’altra che semplice visto che gli elementi/pianeti da allineare sono tanti e vissuti tutti in ma niente differente: famiglia, amori, amici, lavoro, aspirazioni, sogni… e chi più ne ha più ne metta.

Nella fase adulta della vita il “Pianeta del Lavoro” è quello che occupa, nella galassia, uno spazio predominante e non perché necessariamente sia il più importante. Ognuno decide nella propria galassia degli elementi il proprio ordine. Nella mia galassia vedo una sorta di allineamento circolare.

I questo ordine viene assegnato un peso di importanza e come pertanto, distribuire il proprio carico di energia e tempo.

Ritornando, pertanto, al Pianeta del Lavoro, questo indubbiamente si prende, con “prepotenza” il suo spazio, all’interno della Galassia IO, sia perché occupa gran parte del nostro tempo quotidiano e sia perché è attraverso il lavoro che ci possiamo garantire le cose materiali di cui necessitiamo e anche di tutto ciò di cui NON necessitiamo, ma di cui ci riempiamo comunque le tasche, forse per riempire altri vuoti di cui, consciamente o inconsciamente, ne sentiamo il peso (che strano che un “vuoto” pesi di più o comunque abbia un peso 😜🤔). Sta di fatto che il Pianeta Lavoro ha una forza gravitazionale tale da agire sugli altri pianeti, influenzandone le maree, il clima e modificandone la stabilità astrale. Essere pertanto un Essere Felice nel Pianeta del Lavoro non è semplice, anche in questo caso sono molteplici gli elementi e, per così dire, i satelliti da allineare per poter mettere in equilibrio e in asse il Pianeta stesso. È necessario, pertanto, lavorare su ogni singolo satellite, è facile a volte che sia semplicemente una questione di “luna storta” o l’influenza della “luna piena”, ma nelle situazione più gravi, il problema risiede nell’entroterra, nelle viscere del pianeta e tutto stagna sino a quando una energia scuote le placche con conseguenze disastrose.

Credo che per evitare degli tsunami d’anima sia necessario dosare appunto le forze e le risorse in tutti i pianeti disponibili senza investire troppo ed esageratamente su un unico pianeta.

Per cui, riprendendo la riflessione di Sebastiano Zanolli, non è mai troppo tardi per lavorarci su davvero per cercare un allineamento tale che ci dia, almeno, un qualcosa che assomiglia alla felicità.

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Lettera a Marcello Fois

Con preghiera a chi lo conosce di recapitargliela in modo da poterlo ringraziare.

Luglio 2013,

Perché ti scrivo? Non lo so! Non ci sconosciamo e questo é già abbastanza. Io ti ho trovato in alcuni tuoi libri, io sono un lettore, un lettore qualunque, un sardo in cammino, un sardo con la Sardegna che mi inciampa tra i denti, un sardo altrove.

Ho iniziato a leggere in Sardegna non c’è il mare per curiosità, il titolo mi ispirava, trovato per caso di profilo in una libreria quassù in Trentino.

Sono un sardo mezzo sangue, ma questa é un’altra cosa.

Dicevo, anzi scrivevo, che ho iniziato ha leggere il libro, sottolineando com’è mio solito le parti che mi attirano per poi rivedere dopo anni e cercare di capire perché mi avevo colpito.

Sono arrivato a quel lontano 1979, quando io avevo appena 5 anni, sapevo camminare, parlare e vivevo a Sedilo.

Anni fa mio padre é morto. Questo hai scritto e il cuore si é arenato, come quando arrivi con la bici in spiaggia e credi di arrivare sino al mare, ma le gomme vengono ingoiate nella sabbia.

Il mio cuore é stato ingoiato nella sabbia.

Nel vasto silenzio della povera stanza dove era stato ricomposto.

Ho letto tutte queste frasi con il cuore decomposto che cercava di divincolarsi dalla morsa della sabbia.

Perché? 

Perché avevo 13 anni quando mio padre é morto, non ricordo la sua voce, non ricordo quasi nulla, ma quel giorno me lo ricordo, non ricordo cosa mi disse prima di lasciarci. Ricordo che ha voluto parlare con mia sorella, con mio fratello e con me, che ero il più grande, ma non ricordo, dannata memoria, che cosa mi disse e ancora me lo domando. Ma quel giorno me lo ricordo, mi ricordo nel vasto silenzio della povera stanza dove era stato riposto, con lumicini attorno e la porta spalancata tutta la notte, notte di veglia.

Ricordo che non mi ero avvicinato alla bara per tutto il giorno, per paura forse, ma ricordo che nel cuore della notte sono sceso dal piano di sopra sino al grande salone e mi sono avvicinato a lui, gli ho parlato, ma non ricordo cosa gli ho detto, ricordo, con estrema lucidità, questo gesto: presi il compito in classe di matematica, con il voto della professoressa, un bel voto, ero bravo in matematica e glielo misi nel taschino della giacca, sperando fosse fiero di me, io che ancora non sapevo cosa avrei fatto da grande, io che avevo bisogno di lui per crescere.

Grazie
Angelo

La notte di San Giovanni

E al tramonto alcuni saltano ancora fuochi accesi per la notte di San Giovanni.

Ritmi e rituali antichi di pagane memorie che celebrano il solstizio d’estate. Il sole, la terra e il fuoco simboli insondabili, antichi, da custodire. Radici profonde di lontane genti contadine, di chi è nato alla terra, che sono state instillante anche alle nostre generazioni, tramandate, consegnate. Bene prezioso che non va abbandonato.

Le fiamme di quei fuochi di ergono sino al cielo, mentre si incupisce il giorno e luna e stelle stanno a guardare queste ombre che ancora restano vive, nonostante il mondo si porti via pezzi di mondo.

Si increspa il giorno dopo che il sole ha danzato a lungo su distese ingiallite dove venti caldi trascinano speranze. Balli e canti attorno ai fuochi nella notte di San Giovanni ed è festa nei paesi e le genti restano a rimirarsi, mantenendo vive identità e destini.

Ci sono le notti – 7imo attimo

Ci sono le notti che si stendono ordinatamente una dopo l’altra come panni stesi, quasi immobili e smossi da un vento che spira appena.

Ci sono le notti che smettono di urlare e di fare rumore e mentre i fiori si serrano su loro stessi per evitare di perdere profumi e colori, la notte si schiude definendo spazi tra luci e ombre, con quelle sfumature che si colgono rallentando i battiti, con il respiro che prende tempo.

Ci sono le notti che arrivano dopo i soli e i patemi, dopo le mattine di corsa, dopo aver chiuso la porta di casa.

Ci sono le notti che arrivano dopo le sere di ritorno, dove le novità si assomigliano sempre tutte e nel frigo si dispongono le solite cose, sempre nello stesso posto, per avere certezze che non manchi nulla, tranne quello che non serve.

Ci sono le notti che danzano, ah come danzano, come quel sax che sento solo mentre faccio andare la lavastoviglie e non so neppure da dove arrivi. Probabile che sia dentro la mia testa, con un eco quasi lontano, quasi fievole, come un ricordo che arriva d’improvviso e non puoi che accennare un sorriso.

Ci sono le notti dove gli amanti si trovano in cerca di verità che, di solito, tralasciano lungo le strade delle città. Lasciano che il mattino tardi ad arrivare e quel caffè della prima alba rimane fumante e silenzioso, ma è sempre troppo ristretto per un amore che si saluta.

Ci sono le notti dove le lune sembrano cadere a picco e si rimane in silenzio quasi in attesa del boato. In quelle notti si smette di essere distratti e si riavvolge il nastro del giorno andato, passando in rassegna gli attimi per capirne la portata.

Ci sono le notti che si è atteso un giorno intero per poterle vedere bene bene, almeno una volta, ma la notte è notte solo se c’è quella lucenonluce che segna le ombre sul muro e i pensieri al soffitto e il respiro sereno di chi ci sta accanto.

Ci sono le notti, quelle nuove, quelle di questi giorni, quelle che ci scorgono dalle nostre finestre chiuse dell’Hotel Covid dove respiriamo in apnea dietro il vetro, rinchiusi come in tanti acquari da due stelle e pensione completa.

Ci sono le notti che ormai iniziano ancora prima del tempo, ci aiuta l’autunno che ingoia la luce svaporando tramonti esplosivi e di fretta. Si spengono tutte le insegne e rimane accesa solo l’insegna di questo stupido hotel dove mangeremo queste ore notturne per poi svegliarci sempre alla stessa ora, felici di poterci svegliare ancora alla stessa ora.

Ci sono le notti, già ci sono, come questa notte dove i sogni sono un ottimo bottino da custodire prima dell’alba.

Nove di ottobre

I mattini gelidi dei 3 gradi con le prime nevi appese lassù, sono i primi cenni di un autunno in grande stile. Il cielo terso e il sole che si trattiene ancora un pò, tra le lenzuola, sorseggiando lentamente i caffè, mentre la luna ha lasciato di corsa il letto lasciando il suo lato scomposto e ancora intriso delle ore andate, si affaccia sulle alte vette, solo lì, tutto il resto è ancora nell’ombra. Per un attimo, quell’attimo che basta per fare pensieri leggeri prima di svoltare l’angolo, ti vorresti lassù, su quella vetta, il primo essere umano a cogliere quei bagliori senza temere di essere arso. Ma è solo un attimo, un attimo prima che cambi prospettiva.

93esimo… dovevo nascere pesce

93esimo…dicono che il mattino ha l’oro in bocca, anche mia madre me lo diceva sempre, specie quando irrompeva in camera, nei week end, per aprire le finestre e far entrare quel sole sardo che ti fa capire subito chi comanda in quella terra. Io la mattina mi alzo con la bocca impastata e con le parole tutte ancora a livello astratto di pensiero. Il mattino mi piace così, con la sua lentezza, quiete e il caffè che, nonostante tutto, sale sempre e comunque allo stesso modo, con lo stesso gorgoglio rassicurante, con lo stesso profumo di casa. Probabilmente a tanti, come a me, capita di avere ricordi olfattivi, che accendono sorrisi improvvisi. Il caffè è uno di questi. E’ uno dei profumi della mia infanzia, il ricordo di mia mamma che preparava il caffè per mio babbo, prima che andasse al lavoro, quando ancora noi dormivamo. È il profumo di casa dei miei nonni. Mio nonno al mattino, il suo era il risveglio dei galli, preparava sempre una caffettiera napoletana che sarebbe bastato per tutto il giorno, o quasi. A qualsiasi ora capitassi da loro, il caffè era solo da scaldare e aveva un sapore tutto suo e un profumo di…casa. Anche a Sarajevo avevo portato quel sapore, quel profumo. Il caffè era un bene prezioso da quelle parti, vietato sprecarlo. Non se ne trovava in città. La città aveva ancora le piaghe e i lividi di una guerra durata anni. Era riversa a terra, un corpo sconcio, agonizzante, accartocciato e strappato ovunque. Doveva ritrovare la sua umanità disseminata e sepolta dentro i sopravvissuti e riporre nei bambini le speranze per un rialzarsi. Noi non potevamo fare granchè. Una città si può ricostruire, per ricostruire un popolo non servono ingegneri o piani di pace imposti, magari bastasse un caffè.

A Sarajevo il caffè ci serviva per sentire casa. Quando finiva dovevamo attendere i rifornimenti provenienti dalle nostre famiglie lontane, con i loro pacchi doni che rallegravano tutti. Il caffè a Sarajevo era a tutte le ore, tra guardie, montanti e smontanti, perlustrazioni, ronde, ogni scusa era buona per accendere il fornelletto da campo e condividere un caffè che saliva lento, sempre e comunque allo stesso modo, con lo stesso gorgoglio rassicurante.

Ed è così anche in questo mattino di fase 2.0, anche se non c’è mia madre a dirmi che il mattino ha l’oro in bocca. È arrivato il tempo di riabbracciarla. È un bisogno fisico e dell’anima, ma ancora non si può. Come al tempo di Sarajevo, nuovamente distanti per lungo tempo. Fortunatamente in questa nuova era possiamo mantenere il contatto quotidiano. Le videochiamate hanno cambiato il modo di avvicinarci. A Sarajevo, nel 1995, avevano una sola telefonata alla settimana e solo per alcuni minuti, sperando che a quell’ora, dall’altra parte del telefono, chi riceveva la telefonata fosse in casa, altrimenti, passava un’altra settimana.

Il caffè è salito e anche il sole, alle 7:25, raddrizza i suoi primi raggi, quasi timidi, quasi a chiedere permesso, delle linee di luce che più che rischiarare, sembrano voler perlustrare, tastare il terreno, verificare che tutto sia al posto giusto prima di far avanzare ulteriormente il sole.

Il mattino in un paese sonnecchia meraviglia, i buongiorno sono sereni, sinceri, sorridenti. Non hanno fretta e indifferenza, nonostante le risposte a volte incerte dei “si si dai!”. Non mi ci abituerò mai a quei “si si dai!”. Non capisco se è un modo per liquidare qualcuno per paura di rubargli del tempo o un tentativo di chiedergli del tempo per potergli raccontare qualcosa che si ha timore di raccontate perchè “non è il caso!”. Chissà! Probabilmente rimarrò sempre nel dubbio.

In questo mercoledì ho cancellato media, telegiornali, webinar sui temi più disparati, per vedere se si può stare in piedi ugualmente. Se si può, per un istante, rimanere fuori dagli strilli, dalle […] accuse e scuse senza ritorno […].

Il lavoro mi ha poi coperto gran parte delle ore di luce e sole che è rimasto giusto il tempo per un saluto, concedendomi comunque una serata che passava leggera sulla terra, richiamandomi così alla mente le parole impermeabili di Sergio Atzeni, portato via dal mare in un giorno di fine estate nel 1995 e vorremmo ritrovare la leggerezza di Caterina e Luna, le Bellas Mariposas, che nonostante tutte le difficoltà, mantenevano il sorriso del mare della loro città, quel mare che le permetteva di solcare le mura di una vita, di una casa, di un quartiere asfissianti […] quando nuoto dimentico casa quartiere… dovevo nascere pesce […].

80esimo….il nostro viaggio baumiano

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80esimo…rintoccano le 7.00 in questo mattino grigio fumo, con il cielo basso che livida i dintorni. Sono 80 giorni che viaggio con il mio vascello urbano. Ogni mattina issiamo le vele e alla sera troviamo riparo per la notte. Non viaggiamo di notte per evitare di fare brutti incontri e lasciamo che la leggerezza si prenda i nostri pensieri e magari qualche sogno possa gondolarci. 80 giorni che scorro, con il semplice tocco della mano, lungo queste pagine digitali, dove ho tracciato questo viaggio, per raccontare un po’ di me, un po’ di noi, un po’ di…  In 80 giorni si potrebbe fare il giro del mondo. In ottanta giorni soltanto! disse Phileas Fogg in quel lontano 2 ottobre del 1872, quando decise di partire per un viaggio mai tentato prima, solo per scommessa, oppure,  perché, in fondo in fondo, quel viaggio voleva farlo e gli mancava solo una scusa buona per farlo.

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Adesso il mondo lo si gira in molto meno tempo. Avevano ragione gli amici di Fogg a dire che il mondo si era rimpicciolito, ed era il 1872. In quegli anni per fare il giro del mondo ci voleva molto più tempo, ma Verne aveva osato, aveva immaginato che il mondo si potesse girare in soli ottanta giorni. Se potesse vederci adesso Verne, cosa penserebbe? Cosa scriverebbe? Adesso che tutto il mondo è a portata di globalizzazione. Tutto il mondo, caro Verne, è a portata di negozio, tutto il mondo …..ma a un certo punto il gigantesco ingranaggio che faceva girare la Grande Giostra si è inceppato, ha cominciato a stridere, sino a fermarsi, o comunque a rallentare parecchio. Abbiamo, così, iniziato a mettere in discussione parecchie certezze. Dopotutto era cosa ormai nota che vivevamo in un mondo baumiano dove l’ermeticità delle cose si era liquefatta assumendo forme o multiforme che potevano essere viste da diversi punti di vista e, per certi versi, viste da diversi punti di vista contemporaneamente. Ma l’ultimo giro di giostra in 80 giorni lo ha fatto l’Alien e noi abbiamo smesso di viaggiare, almeno fisicamente. Abbiamo però imparato a fare viaggi alternativi, dei viaggi 2.0 oserei dire, usando un termine ormai quasi desueto, ma che è sorto proprio per segnare un punto di distacco, di rottura, di cambiamento. Abbiamo iniziato a leggere di più, dedicando più tempo alla lettura (per chi è riuscito ad averlo quel tempo), abbiamo iniziato a raggiungere il mondo attraverso portali virtuali che potevamo innescare ogni volta che volevamo e senza chiedere permesso. Attraverso webinar di ogni tipo e ad ogni ora, abbiamo continuato ad imparare, a confrontarci. I nostri studenti sono stati pionieri di un nuovo modo di fare scuola. Non dico che sia stato un bene o un male, non spetta certo a me dirlo, ma sicuramente si tratta di un nuovo modo di viaggiare. Questo blackout ha permesso di innescare dei meccanismi che venivano solo abbozzati, testati e ritardati perché culturalmente non si era ancora pronti a utilizzarli a pieno regime. Ma alla fine li abbiamo messi in campo, non certo senza difficoltà, ma abbiamo nuovamente dimostrato una grande capacità di resilienza e di resistenza.

Adesso siamo in una nuova fase, mantenendo senso logico al discorso, siamo alla fase 2.0 e apparentemente abbiamo come la sensazione di aver già fatto tutto e di essere arrivati a Londra, a quel 21 dicembre del 1872, dopo aver attraversato l’Oceano. Il nostro viaggio, invece, è ancora lungo, e non ci saranno in premio le 20.000 sterline promesse a Fogg. Il nostro premio sarà un nuovo equilibrio, un nuovo modo di far girare gli ingranaggi della Grande Giostra. Ed é, infatti, proprio di questi giorni la notizia di un mare in piena rinascita. L’inizio di un nuovo equilibrio. Sono bastati due mesi di inattività umana per far si che il mare potesse rigenerarsi in tutto il suo splendore. Non sembra vero, eppure, è bastato che smettessimo di viaggiare. 

Chissà cosa direbbe Verne

76esimo…quel tempo di libertà

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76esimo… il sole del mattino pende a mezz’aria e non c’è cosa migliore per riprendersi dal sonno. Ho ascoltato l’alba che lentamente si tirava su i calzini e si rimboccava le maniche per potersi lavare la faccia. Il sole di mezzogiorno salirà ancora un po’ per abbracciarci meglio, tirerà fuori dalle sue tasche quel che resta di una notte intrusa. Inizia il tempo del suo dominio incontrastato con qualcuno che comincerà a maledire tutto questo caldo. Ma sarà caldo di passaggio, dopotutto le stagioni si susseguono e non c’è niente che può fermarle, almeno spero.
E non c’è cosa più bella di questa fase due che passarla immersi nella natura, ascoltando il parlare del fiume che s’insinua tra i sassi trovando sempre nuovi modi per non fermarsi, rotolando verso sud. Oggi ho visto l’amico Antonio in volo, sorvolare in quiete i cieli, lontano da tutto ciò che può essere Alien e dintorni, per poi, planando, doversi nuovamente tappare il respiro con la mascherina.
Il sole scalda i sassi e svuota le giornate di piombo trascorse, nutre e sanifica. Sono un corpo a forza solare, batteria che si alimenta, sento la ricarica attraversarmi e mi desto in una nuova modalità. Ascolto l’eco del tramonto che non posso cogliere nel suo ultimo bagliore, ma che traspare sulle vette a ricordarmi che c’è un orizzonte al di là.
La notte cala docile, senza giacca per l’occasione. In ordine composto i grilli d’orchestra mi si presentano in vibranti sonate di cui quasi mi pare di averne il comando. Sollevando il dito richiamo gli archi, potenti, decisi che fuoriescono dal bosco come fuggiaschi senza il timore di inciampare su qualche arbusto, mi giro di lato e dono spazio ai fiati, disposti lungo il fiume, gli ottoni e i legni non si risparmiano e tacciono, solo un attimo, ad assoli di tromba da strozzare l’emozione in gola. Le percussioni battono il tempo dal sottobosco e io mi sento il mago di questa notte. Sollevando la mia mano in un gesto barocco sento vibrare la musica invadere il buio di una notte senza stelle, ma di un tempore antico, rassicurante. Che notte sei in questa notte? Ti presenti così, inaspettata, senza chiedere udienza. Sei arrivata a fari spenti, a occhi chiusi, suadente e seducente, distratta dalle cose del cielo, hai riposto la luna, forse caduta o spinta laggiù dietro il buio, in modo tale che tu non avessi testimoni di questo nostro incontro.
Lascio così un sabato d’altura arrendersi alla domenica dove terrò caro il tempo chiamato libertà. Libertà che ha ritrovato anche Silvia Romano, il suo sorriso era svanito dalle copertine dei media, quasi dimenticata, messa in disparte attendendo il momento giusto per poterne riparlare. Ora quel sorriso riempie nuovamente le nostre pagine mediatiche. E non oso immaginare cosa possa essere la prigionia e il non sapere se ci sarà un domani. Lo aveva cantato bene De André: […] Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole. Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole […] e li avrà vissuti Silvia quei giorni incerti, un anno e mezzo di giorni incerti. Cosa vuoi che sia aver perso le passeggiate per due mesi? Oggi siamo di nuovo fuori, in libertà condizionata, ma liberi di poter pensare che domani sarà un giorno nuovo di nuvole e sole.
Bentornata Silvia.

74esimo…luna matita avorio

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74esimo…. Ho attraversato la giornata in apnea. Fuori il maggio in tutta la sua espressione, io luce filtrata, elettrica, che quasi ronza e rimbomba nella cambusa. Contino a remare contro corrente in un mare senza vento, con vele di carte e cartacce che ordino, senza mai ottenere un ordine. L’ultimo cielo si spiega ad est in un tempo che fugge, ed è subito tramonto distante che si posta un po’ più in là. Raccatto le ultime perle di luci che abbagliano prima del distacco e mi ritrovo ancora raccolto nella cambusa tra mappe confuse da riorganizzare per l’alba del giorno dopo. Rimane docile la notte, prende tempo, respira a pieni polmoni, s’affaccia alla luna che sembra disegnata a matita e rassicura che quel che stato fatto è stato fatto. Rimane saldo l’albero maestro, e il timone non teme distrazioni e attende ordini nuovi. La cambusa è in penombra di luna, sembra dondolare e il mio remo attende che ricominci il viaggio.
Abbiamo attraversato lande desolate, deserti imprecisi privi di mappe e quelle che avevamo erano incomplete. Ci siamo affidati all’istinto evitando tempeste di sabbia e incaute oasi. Non è stato semplice perché qualcuno attendeva risposte certe. Abbiamo circumnavigato i problemi per evitare di affrontarli di petto, ma prendendoli sotto vento, attendendo che i nostri esperti di rotte riuscissero a sbrogliare la matassa e tracciassero nuove mappe. Abbiamo remato anche dove non avremmo dovuto farlo, ma solo la forza e la determinazione ci avrebbero portato in mari conosciuti. Abbiamo sopportato i silenzi e trattenuto la rabbia perché era giusto così, siamo marinai anche se a volte dimentichiamo di saper nuotare e non sappiamo più di salsedine, ma di mari di inchiostro, densi, complicati, pesanti e pensanti. Domani sarà ancora un giorno di sole elettrico, ma è venerdì e approderemo di sicuro dove attende il riposo.
Per adesso pendiamo da una luna matita avorio.