80esimo….il nostro viaggio baumiano

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80esimo…rintoccano le 7.00 in questo mattino grigio fumo, con il cielo basso che livida i dintorni. Sono 80 giorni che viaggio con il mio vascello urbano. Ogni mattina issiamo le vele e alla sera troviamo riparo per la notte. Non viaggiamo di notte per evitare di fare brutti incontri e lasciamo che la leggerezza si prenda i nostri pensieri e magari qualche sogno possa gondolarci. 80 giorni che scorro, con il semplice tocco della mano, lungo queste pagine digitali, dove ho tracciato questo viaggio, per raccontare un po’ di me, un po’ di noi, un po’ di…  In 80 giorni si potrebbe fare il giro del mondo. In ottanta giorni soltanto! disse Phileas Fogg in quel lontano 2 ottobre del 1872, quando decise di partire per un viaggio mai tentato prima, solo per scommessa, oppure,  perché, in fondo in fondo, quel viaggio voleva farlo e gli mancava solo una scusa buona per farlo.

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Adesso il mondo lo si gira in molto meno tempo. Avevano ragione gli amici di Fogg a dire che il mondo si era rimpicciolito, ed era il 1872. In quegli anni per fare il giro del mondo ci voleva molto più tempo, ma Verne aveva osato, aveva immaginato che il mondo si potesse girare in soli ottanta giorni. Se potesse vederci adesso Verne, cosa penserebbe? Cosa scriverebbe? Adesso che tutto il mondo è a portata di globalizzazione. Tutto il mondo, caro Verne, è a portata di negozio, tutto il mondo …..ma a un certo punto il gigantesco ingranaggio che faceva girare la Grande Giostra si è inceppato, ha cominciato a stridere, sino a fermarsi, o comunque a rallentare parecchio. Abbiamo, così, iniziato a mettere in discussione parecchie certezze. Dopotutto era cosa ormai nota che vivevamo in un mondo baumiano dove l’ermeticità delle cose si era liquefatta assumendo forme o multiforme che potevano essere viste da diversi punti di vista e, per certi versi, viste da diversi punti di vista contemporaneamente. Ma l’ultimo giro di giostra in 80 giorni lo ha fatto l’Alien e noi abbiamo smesso di viaggiare, almeno fisicamente. Abbiamo però imparato a fare viaggi alternativi, dei viaggi 2.0 oserei dire, usando un termine ormai quasi desueto, ma che è sorto proprio per segnare un punto di distacco, di rottura, di cambiamento. Abbiamo iniziato a leggere di più, dedicando più tempo alla lettura (per chi è riuscito ad averlo quel tempo), abbiamo iniziato a raggiungere il mondo attraverso portali virtuali che potevamo innescare ogni volta che volevamo e senza chiedere permesso. Attraverso webinar di ogni tipo e ad ogni ora, abbiamo continuato ad imparare, a confrontarci. I nostri studenti sono stati pionieri di un nuovo modo di fare scuola. Non dico che sia stato un bene o un male, non spetta certo a me dirlo, ma sicuramente si tratta di un nuovo modo di viaggiare. Questo blackout ha permesso di innescare dei meccanismi che venivano solo abbozzati, testati e ritardati perché culturalmente non si era ancora pronti a utilizzarli a pieno regime. Ma alla fine li abbiamo messi in campo, non certo senza difficoltà, ma abbiamo nuovamente dimostrato una grande capacità di resilienza e di resistenza.

Adesso siamo in una nuova fase, mantenendo senso logico al discorso, siamo alla fase 2.0 e apparentemente abbiamo come la sensazione di aver già fatto tutto e di essere arrivati a Londra, a quel 21 dicembre del 1872, dopo aver attraversato l’Oceano. Il nostro viaggio, invece, è ancora lungo, e non ci saranno in premio le 20.000 sterline promesse a Fogg. Il nostro premio sarà un nuovo equilibrio, un nuovo modo di far girare gli ingranaggi della Grande Giostra. Ed é, infatti, proprio di questi giorni la notizia di un mare in piena rinascita. L’inizio di un nuovo equilibrio. Sono bastati due mesi di inattività umana per far si che il mare potesse rigenerarsi in tutto il suo splendore. Non sembra vero, eppure, è bastato che smettessimo di viaggiare. 

Chissà cosa direbbe Verne

76esimo…quel tempo di libertà

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76esimo… il sole del mattino pende a mezz’aria e non c’è cosa migliore per riprendersi dal sonno. Ho ascoltato l’alba che lentamente si tirava su i calzini e si rimboccava le maniche per potersi lavare la faccia. Il sole di mezzogiorno salirà ancora un po’ per abbracciarci meglio, tirerà fuori dalle sue tasche quel che resta di una notte intrusa. Inizia il tempo del suo dominio incontrastato con qualcuno che comincerà a maledire tutto questo caldo. Ma sarà caldo di passaggio, dopotutto le stagioni si susseguono e non c’è niente che può fermarle, almeno spero.
E non c’è cosa più bella di questa fase due che passarla immersi nella natura, ascoltando il parlare del fiume che s’insinua tra i sassi trovando sempre nuovi modi per non fermarsi, rotolando verso sud. Oggi ho visto l’amico Antonio in volo, sorvolare in quiete i cieli, lontano da tutto ciò che può essere Alien e dintorni, per poi, planando, doversi nuovamente tappare il respiro con la mascherina.
Il sole scalda i sassi e svuota le giornate di piombo trascorse, nutre e sanifica. Sono un corpo a forza solare, batteria che si alimenta, sento la ricarica attraversarmi e mi desto in una nuova modalità. Ascolto l’eco del tramonto che non posso cogliere nel suo ultimo bagliore, ma che traspare sulle vette a ricordarmi che c’è un orizzonte al di là.
La notte cala docile, senza giacca per l’occasione. In ordine composto i grilli d’orchestra mi si presentano in vibranti sonate di cui quasi mi pare di averne il comando. Sollevando il dito richiamo gli archi, potenti, decisi che fuoriescono dal bosco come fuggiaschi senza il timore di inciampare su qualche arbusto, mi giro di lato e dono spazio ai fiati, disposti lungo il fiume, gli ottoni e i legni non si risparmiano e tacciono, solo un attimo, ad assoli di tromba da strozzare l’emozione in gola. Le percussioni battono il tempo dal sottobosco e io mi sento il mago di questa notte. Sollevando la mia mano in un gesto barocco sento vibrare la musica invadere il buio di una notte senza stelle, ma di un tempore antico, rassicurante. Che notte sei in questa notte? Ti presenti così, inaspettata, senza chiedere udienza. Sei arrivata a fari spenti, a occhi chiusi, suadente e seducente, distratta dalle cose del cielo, hai riposto la luna, forse caduta o spinta laggiù dietro il buio, in modo tale che tu non avessi testimoni di questo nostro incontro.
Lascio così un sabato d’altura arrendersi alla domenica dove terrò caro il tempo chiamato libertà. Libertà che ha ritrovato anche Silvia Romano, il suo sorriso era svanito dalle copertine dei media, quasi dimenticata, messa in disparte attendendo il momento giusto per poterne riparlare. Ora quel sorriso riempie nuovamente le nostre pagine mediatiche. E non oso immaginare cosa possa essere la prigionia e il non sapere se ci sarà un domani. Lo aveva cantato bene De André: […] Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole. Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole […] e li avrà vissuti Silvia quei giorni incerti, un anno e mezzo di giorni incerti. Cosa vuoi che sia aver perso le passeggiate per due mesi? Oggi siamo di nuovo fuori, in libertà condizionata, ma liberi di poter pensare che domani sarà un giorno nuovo di nuvole e sole.
Bentornata Silvia.

74esimo…luna matita avorio

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74esimo…. Ho attraversato la giornata in apnea. Fuori il maggio in tutta la sua espressione, io luce filtrata, elettrica, che quasi ronza e rimbomba nella cambusa. Contino a remare contro corrente in un mare senza vento, con vele di carte e cartacce che ordino, senza mai ottenere un ordine. L’ultimo cielo si spiega ad est in un tempo che fugge, ed è subito tramonto distante che si posta un po’ più in là. Raccatto le ultime perle di luci che abbagliano prima del distacco e mi ritrovo ancora raccolto nella cambusa tra mappe confuse da riorganizzare per l’alba del giorno dopo. Rimane docile la notte, prende tempo, respira a pieni polmoni, s’affaccia alla luna che sembra disegnata a matita e rassicura che quel che stato fatto è stato fatto. Rimane saldo l’albero maestro, e il timone non teme distrazioni e attende ordini nuovi. La cambusa è in penombra di luna, sembra dondolare e il mio remo attende che ricominci il viaggio.
Abbiamo attraversato lande desolate, deserti imprecisi privi di mappe e quelle che avevamo erano incomplete. Ci siamo affidati all’istinto evitando tempeste di sabbia e incaute oasi. Non è stato semplice perché qualcuno attendeva risposte certe. Abbiamo circumnavigato i problemi per evitare di affrontarli di petto, ma prendendoli sotto vento, attendendo che i nostri esperti di rotte riuscissero a sbrogliare la matassa e tracciassero nuove mappe. Abbiamo remato anche dove non avremmo dovuto farlo, ma solo la forza e la determinazione ci avrebbero portato in mari conosciuti. Abbiamo sopportato i silenzi e trattenuto la rabbia perché era giusto così, siamo marinai anche se a volte dimentichiamo di saper nuotare e non sappiamo più di salsedine, ma di mari di inchiostro, densi, complicati, pesanti e pensanti. Domani sarà ancora un giorno di sole elettrico, ma è venerdì e approderemo di sicuro dove attende il riposo.
Per adesso pendiamo da una luna matita avorio.

48…Sabato Santo

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48esimo di sabato santo

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E allora non ci resta che attendere dietro la cortina di LockTown. É il tempo dell’attesa, del passaggio dalla fase 1 alla fase 2, il passaggio dai limiti imposti ai limiti di autoresponsabilità. E mi domando quante saranno le fasi che dovremmo attraversare, visto che continuano a posticipare, giustamente, il libera tutti. La cosa che più mi da da pensare è come saremmo liberati. Magari in ordine alfabetico? A blocchi generazionali? Oppure apriranno l’ennesimo portale dove alla mezzanotte in punto si scatenerà la maratona, anzi no, una vera e propria corsa di velocità al “chi prima di prenota prima potrà uscire” e mi immagino che qualcuno starà facendo accordi per costruire un ponte virtuale per avere il 5G solo per poter arrivare prima.
Abbiamo avuto il miraggio della fase 2, ma i poteri costituiti ci hanno tolto l’illusione. Personalmente? Io non ho fretta, dopotutto si sa che le cose che vengono fatte di fretta non diventano bene. Oggi ho fatto la pizza e per farla ho dovuto far lievitare l’impasto, con calma e senza fretta, per cui io aspetto. Sono fortunato con il sole di questi giorni che picchia sul balcone e rasserena anche le mie bambine che s’inventano giochi sempre nuovi, non posso certo lamentarmi.
Dopotutto ci sono realtà dove l’Alien è solo un altro problema, uno dei tanti e, per certi versi, secondo come guardi le cose, neanche il più grave. Ci dicono di mantenere le distanze, ma ci sono dimensioni dove la distanza è fisicamente incompatibile con la realtà dei fatti. Ho sentito un ragazzo peruviano che diceva: El covid es un virus para ricos, perché la povera gente, gli sbandati, i senza terra, gli invisibili, non solo in Perù, ma anche in Italia, vive in condizioni dove la casa è uno spazio urbanisticamente scomposto, molte volte insano, dove le persone diventano carne per l’Alien. Carne per l’Alien. Questa frase mi ha rimbombato dentro per tutto il giorno, e probabilmente la sentirò rimbombare per altri giorni ancora. Ci sono persone che non hanno scampo, che non possono nascondersi, scappare. Le giornate per loro sono una grande roulette dove sperano di perdere, dove devono sperare che la pallina non si fermi mai nel loro numero. Non ci sono vite utili e vite inutili, ogni vita che si spegne è un pezzo di Italia che se ne va. L’Italia è composta da tante Italia, più o meno piccole, più o meno fortunate, tutte diverse, ma tutte che galleggiano sopra la stessa chiatta priva di motori adatti per risalire i fiumi o attraversare mari in burrasca. E si che siamo stati un Paese di navigatori, santi e poeti. Ma per affrontare questi mari non abbiamo abbastanza stelle in cielo per seguire nuove rotte. Lasceremo che i santi e i poeti ci insegnino a navigare senza mappe e lasceremo che i navigatori ci decantino versi che sappiano di maresale e di ventoscirocco, e ci ritroveremo, forse, con nuove forme di energia.
Ma intanto suona la mezzanotte qui e altrove, sempre alla stessa ora, sempre con lo stesso ritmo, ma sotto cieli e stelle che non sempre ci fanno fare sogni sereni.
Buona notte.

70esimo….ultimo giorno e si fa-se due

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70esimo….70 lunghi giorni ai quali nessuno avrebbe mai creduto. 70 giorni di liste, di elenchi puntati, di fasi crescenti, plateau, stabilizzazione, dispacci quotidiani e protocolli, circolari, ah quante circolari! La burocrazia è andata in brodo di giuggiole in questi 70 giorni, bombardandoci con continui chiarimenti ancora più confusi e contorti. 70 giorni di restrizioni, di contingentamenti, di ettolitri di gel disinfettante, di caffè in solitaria attesa, di musica dietro le barricate, di fedi messe in discussione e di speranze riposte nelle mani di chi non si fa vedere. 70 giorni di sciacalli pronti a sfruttare l’occasione per arricchirsi ulteriormente, 70 giorni di donazioni, di Volontari, di solidarietà, di veglia, di sogni e di sogni infranti. 70 giorni per far esplodere un mondo di certezze e piegare alberi secolari, per poi cercare di ricominciare, oppure di Cominciare da Zero, con l’illusione e la speranza che basta rialzarsi e uscire di casa per far sì che il mantra di questi mesi si avveri: #andratuttobene.
Ma io che ne so! Io non sono stato piegato in due, io non devo rialzarmi, io non devo riaprire serrande nel frattempo arrugginite, io non devo inventarmelo un lavoro nuovo. Come direbbe Jova, io sono un ragazzo fortunato che non è stato trascinato nel buio dall’Alien e in alcuni momenti, dal mio bunker al terzo piano, ho avuto la sensazione di aver vissuto lontano anni luce da quell’Italia piegata in due, dove l’amore si è talmente nascosto, tra le pieghe, che pare svanito. Ho solo sentito dire di un’Italia fatta di senza tetto, di invisibili, un popolo di dimenticati. E ho ascoltato le storie degli Angeli Volontari, che raschiano il barile della pietà per portare confronto e…sopratutto viveri. Una Italia tra le pieghe e le piaghe dell’Italia e se non ci fossero questi eroi silenziosi, di questo popolo raccoglieremo solo una nuova lista, un nuovo elenco puntato.
La mia vita è facile, con il frigo pieno e il mio tetto che a volte mi sembra stretto e piccolo, ma che, sopratutto in questo periodo, è stato un’oasi perfetta, dove ho vissuto questi 70 giorni, barattando la libertà fisica, in cambio di una libertà che posso esprimere con questo gesto: occhi chiusi, sole in faccia, braccia larghe. Il sorriso viene da se (provare per credere).
Ringrazio la mia famiglia perché è… la Mia Famiglia, è non c’è cosa più bella di questo viaggio e in questo viaggio.
Spengo la luce a questo 70esimo giorno, lo lascio nel comodino tra le letture e gli scritti sconnessi e prima di chiudere gli occhi, nel buio, mi raccolgo in un pensiero profondo, intenso, a chi non ce l’ha fatta, a chi non ce la fa, ma cerca di farcela comunque.
Buona notte.

17esimo mattino

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Un nuovo passo indietro. A due giorni dalla fase 2, mi guardo indietro per capire cosa è successo. A ritroso rileggo le tracce di questo viaggio, di questo diario e mi imbatto nel 17esimo giorno da quel 23 febbraio, quando tutto ebbe inizio. Era l’11 marzo. Un mercoledì come tanti, un mercoledì dalla ribattezzata LockTown.

buona lettura

Siamo al 17^ mattino nella red zone. Il caffè sale gorgogliando con il suo solito fare da anni e con la decisione di un treno che esce da una galleria in piena corsa, sapendo che non troverà ostacoli davanti a se. Il sole oggi, imparata la lezione, fa capolino da dietro le montagne, tentennando. Ma oggi ci si aspetta una giornata tersa, mentre a noi umani, ci aspettano, ore di distanze e spostamenti monitorati. Dove andranno a finire le nostre relazioni? Come cambieranno? La percezione che avevamo delle distanze sono andate al collasso, le distanze fisiche si sono dilatate ulteriormente. Distanze che sono diventate immense, specialmente quando si pensa alle famiglie divise. Io penso alla nostra madre terra sulla quale per il momento è vietato l’ingresso per puerili motivi di nostalgia. A mia madre, sola, chiusa in una grande casa. Ma non c’è spazio per queste debolezze. Dobbiamo stare lontani.
Viviamo con il fiato sul collo di un Alien in allerta e in questa notte appena trascorsa non abbiamo ancora notizie delle nuove vittime.
La nostra salvezza sta nel minimizzare le distanze mentali. Gli spazi mentali diventano quelli dove tenere strette le relazioni. Abbiamo la necessità di farci sentire maggiormente vicini nelle distanze. E più le distanze fisiche si dilatano, tanto più quelle mentali devono andare ad annullarsi.
E l’amore, in questo gioco assurdo delle distanze, che fino ha fatto? l’Alien se l’è forse portato via? No! l’amore ha ben altre armi per resistere. Ha attraversato il tempo, le Ere, direi, certo con diverse forme, all’inizio primitive, per poi, con il tempo prendere consapevolezza. Ha iniziato a parlare, è riuscito a farsi avanti laddove l’umanità sembrava persa e quindi a resisterà anche nella red zone. Rimane più attento, più guardingo, non si scopre, per paura di essere contaminato. Dopotutto l’amore potrebbe essere un canale distributivo dell’Alien di una potenza inaudita. L’amore tende alla vicinanza, come un suonatore di serpenti incanta le creature, le alleggerisce delle tensioni della vita e le rende vulnerabili e inclini alla relazione, al contatto ravvicinato, troppo ravvicinato per questi tempi. L’Alien non aspetta niente di meglio. Ed è per questo che l’amore si muove silente, ma è palpabile nelle famiglie che si stringono cogliendo il tempo, offertogli dall’isolamento, per dedicarlo al loro tempo. Un regalo insomma, che bisogna saper cogliere con il sorriso. Pensare all’isolamento come a una scelta, non come una imposizione. Io non so quanto durerà, quando finirà, cosa ci sarà dopo, cosa ci sarà durante. So che adesso che siamo nel tempo dell’attesa, se togliamo attesa, rimane tempo. Quel tempo che abbiamo sempre detto che ci mancava. Quelle giornate che prima ruotavano vorticosamente e tutto si volatilizzava tra l’alzarsi e il tornare a letto, adesso sono in slowmotion. C’era una parentesi di vita vissuta che molte volte non lasciava traccia. Per assurdo adesso che non abbiamo altro, quel tempo lo stiamo riempendo, sta a noi decidere come. Io un’idea me la sono fatta. Ho scelto di non aver paura, ma di essere prudente. Ho scelto di vivere la mia casa come se fosse un vascello in viaggio, un viaggio fatto di storie, di musica, di amore, di relazione, di gioco. Sorridendo, perché il sorriso è un super siero.
Buona notte.

68esimo…Primo Maggio da LockTown

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68esimo….Buon primo maggio a tutti. Il giorno dei lavoratori, un giorno dove social e media impacchetteranno un sacco di storie. Oggi è un altro di quei giorni della memoria. E per fortuna che almeno quella ci rimane per evitare che si facciano gli stessi errori. Abbiamo bisogno di memoria della memoria, che non si esaurisca come quelle dei pc. Memorie instancabili che non abbiamo bisogno di backup. Memoria delle memorie per ricordarci il ricordabile per poi trasmetterlo all’interno del ciclo naturale della memoria. E abbiamo bisogno anche del primo maggio. In questo mattino le prime cose che ho letto al mio risveglio sono state un articolo su La Ruppublica che raccontava storie di chi un lavoro in questo primo maggio non c’è l’ha più. L’Alien ha seminato paura, tristezza, silenzi, portandosi con se, ad oggi, 28.236 anime. Ma non si è limitato a questo. Ha fatto si che le città diventassero fortezze isolate, ha fatto si che si smettesse di formicolare ovunque, di vivere gli spazi e ha fatto si che la paura ci facesse chiudere in una grande arca di Noè in attesa che passasse la tempesta. L’Alien ha contaminato non solo le persone, ma anche l’economia, in modo tale che i sopravvissuti avrebbero dovuto fare i conti con i propri conti e con una crisi che le normali politiche economiche non avrebbero potuto neppure evitare. L’articolo de La Repubblica ha raccontato dieci storie diverse, di persone diverse, dal cameriere stagionale all’imprenditore, dal precario al cassaintegrato, dal tecnico del suono al commesso. Storie d’ordinaria disperazione e questo primo maggio per loro non è stata un festa, ma: questo primo maggio celebriamo il funerale, non la festa dei lavoratori – così ha detto Giulia.
L’altra cosa che ho letto è un messaggio condiviso dall’amico Massimo, una riflessione di Sebastiano Zanolli, l’uomo del piano B, l’uomo alla ricerca delle piccole e grandi storie che fanno la differenza, l’uomo che in occasione del primo maggio cita Primo Levi e sottolinea come sia fondamentale avere un lavoro da amare. L’essere umano ha la forza innata per affrontare gli ostacoli. Augurando un buon primo maggio a tutti, Zanolli, ci mette di fronte a una svolta, a una scelta, difficile, ma che racchiude in se l’antidoto per un virus tanto letale: ci trovano in un mondo in cui il lavoro è diventato quello di inventarselo il lavoro.
Poi è iniziata la giornata con il sole in faccia, finché è durato, e per gran parte della giornata avevo nella testa questa miscela strana composta da ricerca del lavoro e avere un lavoro da amare. Da una parte chi vorrebbe un lavoro, basta che sia, addirittura disposti, come ha raccontato Donato nell’articolo citato, ad accettare un demansionamento pur di tenersi il lavoro. E dall’altra chi persegue, giustamente, l’amare il proprio lavoro. Io fortunatamente appartengo alla seconda categoria. Quando studiavo, alla domanda che lavoro avrei voluto fare da grande, non avevo una risposta e forse non ce l’ho tuttora (togliamo anche il forse). Non lo sapevo perché non conoscevo il mondo con tutte le sue espressioni lavorative e di opportunità. Avevo, probabilmente come tanti della mia età, un limite culturalmente indotto. Il lavoro era qualcosa per costruire qualcos’altro e poco aveva a che fare con l’affermazione di se stessi. C’era nell’aria, almeno nei nostri piccoli centri urbani, più che altro l’affermazione nella società. Ciò che contava era il riconoscimento che si otteneva dagli altri. In contesti del genere erano pochi coloro che tentando goffi voli da tacchino, riuscivano a spiccare il volo, gli altri speravano di trovare il lavoro che li avrebbe accompagnati alla pensione. Il mantra era: devi studiare così trovi un posto fisso. E se non hai voglia di studiare, vai a lavorare.
Io sono cresciuto con il dovere del lavoro, con il rispetto verso il lavoro, quasi da metterlo al primo posto rispetto alle altre cose della vita. Con il tempo ho messo il lavoro nella giusta casellina del puzzle, che non aveva più una forma piramidale, ma aveva assunto una continua forma in divenire, mutava con il mutare delle cose, della vita, con le mie nuove esperienze. Io ho la fortuna di averlo un lavoro, un lavoro che mi piace, non dico che provo amore per lui, visto che ancora non so che lavoro vorrei fare, ma lo tratto con tutte le attenzioni che merita, a volte dando anche qualcosa in più, ma è una mia scelta, per cui va bene così. Poi un giorno chissà! Ricordo a tal proposito una frase che mi ha detto mia figlia Noemi quando aveva solo 4 anni: e tu da grande cosa fai? – Ma io lavoro in banca! – si lo so! Ma da grande?
Da questo mio primo, e spero ultimo, primo maggio da LockTown, vi auguro la buona notte.

64esimo…corro, in viaggio verso la luna

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64esimo…. E poi ci sono quei mattini, con il sole in faccia e gli occhi chiusi, dai movimenti bradipesti, come a voler rallentare il tempo, rompendo le regole della fisica, per poter cogliere ogni singolo attimo e ascoltare ogni singolo rumore di un mattino in risveglio. Ci sono quei mattini, anzi quegli attimi di mattini, che tutto il mondo sembra buono, anche il professore (così cantava Venditti). Quei mattini dalle mille intenzioni, che augureresti buongiorno a tutti gridando dal balcone, ma non osi farlo per evitare di sentirti dare la stessa risposta data a quel principe utopico in  quel film di fine anni ’80. Bisognerebbe aver più coraggio, più fiducia negli altri, perché gli altri potrebbero sempre sbalordirci. Che brutte malattie i pregiudizi e gli stereotipi, che non ci permettono di cogliere le differenze, le sfumature, i dettagli. Siamo tutti in scacco matto, tutti rinchiusi all’interno di celle sociali dove, per potersi spostare, é necessario spostare le celle che ci stanno accanto, e non tutte sarebbero contente.
Siamo dentro una grande clessidra, granellini che scorrono e anche se ci domandiamo il perché scorriamo, lo facciamo comunque. Un moto continuo senza possibilità di rewind. Ciò che facciamo è fatto, ciò che scegliamo è scelto. Dovresti ritornare sui tuoi passi! ci dicono. Ma quei passi non ci sono più, portati via dall’ultima mareggiata e comunque, se riuscissimo a trovarne qualche traccia, non si riavvolgerebbe anche il tempo. No quello proprio no, a meno di non trovarsi a tu per tu con il Tempo e provare a trovare un accordo.
Ma non siamo nel mondo di Alice, al di là dello specchio, e pertanto, seppur decidessimo di correggere il tiro, non si avrebbe di nuovo la stessa possibilità, ma ci troveremmo a fare una nuova scelta, una seconda scelta. Beh meglio di niente! Bisogna sapersi accontentare e sopratutto capire che è meglio fare una nuova scelta che non farla affatto e perdurare nello stesso moto ondoso che, magari, non ci aggrada.
Granellini di sabbia che continuano a scorrere sempre e comunque, ecco cosa siamo, ed é così che è andato anche questo giorno. Il mattino é diventato giorno, il giorno si è protratto nel pomeriggio per poi diventare sera e ho iniziato a correre, si a correre stando fermo, sentendo la fatica ma non il vento in faccia. Ho iniziato a correre ascoltando e guardando le parole di Lorenzo Jovanotti che, con la sua bici, ha deciso di partire dal Cile su fino a Buenos Aires. Correre e ascoltare il suo viaggio, sentendo il vento che sbatte sulle sue parole, sentendo il suo fiato che inciampa e poi musica e poesie, è come partecipare al viaggio stando, appunto, fermi. Lorenzo è uno di quei granelli della clessidra che si è fatto notare, brilla un po’ più degli altri, ma anche lui scorre sempre e comunque, non può certo uscirne fuori, ma a modo suo,  ha reso il tempo elemento essenziale del viaggio, ha creato un osmosi tra gli elementi, dove tempo e viaggio si sono annullati in pedalate, una dopo l’altra, piano-piano, senza fretta.
E io corro, corro stando fermo e arriverò sulla luna di questo passo. Mi accamperò per la notte e attenderò l’alba per vedere l’effetto che fa sulla terra. E io ci credo che Lorenzo sia convinto di non voler cambiare pianeta, anche perché, per il momento, è l’unico che abbiamo. Forse questo viaggio serve a farci capire il peso specifico di questo pianeta, unico nel suo genere, con tante meraviglie ancora da mostrarci. Forse questo viaggio non a caso passa per un mondo lontano dal nostro mondo, forse questo serve per vivere e farci vivere quell’altro sud del mondo, quella terra dove Luis Sepúlveda, che si è da poco addormentato per sempre, non è potuto tornare. Quel sud del mondo da dove Pablo Neruda ha dato voce a versi che rimarranno indelebili e che hanno attraversato non solo la Panamericana, una lingua di asfalto che sembra infinita, ma anche Todo el Mundo, tanto da arrivare sino a casa mia, tra le mie mani e hanno nutrito la mia anima, così come hanno fatto con altre anime, aggiungendo nuovi pezzi al complesso meccanismo umano.
Magari è vero che siamo dei granellini di sabbia dentro una clessidra e magari non avremmo mai l’occasione di fare il viaggio della nostra vita, quello che sognavamo. Magari non brilleremo un po’ più degli altri e attraverseremo il collo della clessidra come se solcassimo lo stretto di Gibilterra senza che nessuno se ne dia conto, per poi essere capovolti e continuare a scorrere. Magari correremo stando fermi, apparentemente stando fermi, ma, perché dopo tutte queste parole ci sta il “ma”,  saremo sempre in viaggio, in un gran bel viaggio chiamato vita, fatto di scelte, di errori, di sbagli, di cadute e di ripartenza, di amori, di sberle, di pacche sulle spalle, di addii, di arrivederci, di silenzi, di rumori, di dolori, di lacrime e sorrisi e di poesia come quella che chiude questo post, questa notte nella clessidra. Prendo in prestito questi versi di Pablo Neruda, così come ha fatto Lorenzo, e li riverso , con rispetto e ammirazione, in questo pezzo di inchiostro virtuale. Vi invito a leggerli, a sentirli scorrere dentro, fluidificarsi con il sangue che arriva al cuore, e scuotervi quel tanto che basta per sentirvi granelli di un Tutto, ma Unici. Certo non avremmo la fortuna di leggerli come Lorenzo, davanti al Pacifico, in una terra chiamata Cile, ma potete chiudere gli occhi e vi accorgerete che tutto quel Pacifico ce lo abbiamo dentro: Seguiteranno a viaggiare tra gli astri oggetti metallici con dentro uomini stanchi, violenteranno la luna aprendovi farmacie. E’ il tempo dell’uva piena e il vino comincia a vivere tra le montagne e il mare. In Cile ballano le ciliegie, cantano le ragazze brune, l’acqua nelle chitarre luccica. Il sole bacia ogni porta e col grano fa miracoli. Il primo vino è rosato, dolce come un bimbo tenero; il secondo vino è robusto come voce di marinaio; e il terzo vino è un topazio, un papavero e un incendio. La mia casa ha mare e terra, la mia donna ha grandi occhi color nocciola selvatica, quando si fa notte il mare si veste di bianco e di verde, e la luna tra le schiume sogna come una sposa marina. Non voglio cambiare pianeta.
Passo e chiudo.

62esimo… un pensiero libero per il cambiamento

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62esimo…sono passati 75 anni da quel 25 aprile 1945, giorno in cui……

La magia della scrittura e che si possono tramutare in parole scritte quelli che altrimenti rischierebbero di rimanere semplici pensieri e pertanto perire, perché superati da altri pensieri. La magia del pensare è che puoi farlo ovunque e senza nessuno strumento. Ti svegli al mattino, il sole comincia a sdraiarsi lungo le navate della camera da letto (era per rendere l’idea, forse un po’ troppo esagerata come idea) e rimani lì, in silenzio, a guardare fuori dalla finestra, e seppur là fuori tutto resta immobile, i pensieri ti portano altrove, a formulare, a intrecciare, a inventare, costruire, ma soprattutto….a cambiare. Si, proprio così, a cambiare! Perché è da un pensiero che il cambiamento prende forma. Uno stato embrionale che non può essere rilevato da nessun ecografo. Già perché quel pensiero non ha battito, forse potrebbe essere rilevato dai sistemi celebrali avanzati, magari se ne potrebbe rilevare il tracciato, ma non sarebbe possibile capirne la sua portata.
Alla domanda: a cosa stai pensando? Solitamente la prima risposta è: niente! Il che, in certi casi, è più che vero, ma in tanti altri casi, quel pensiero, quei pensieri, hanno una forma completa, seppur confusa, ma gli mancano le parole per renderli umanizzabili, per renderli parte del mondo.
Le parole, la scrittura, rendono possibile questa nascita, questo venire al mondo, questo esistere anche per il mondo.
Tutto questo è fantastico. Tutto questo permette, laddove non si tratti di un semplice: ma stavo pensando cosa fare oggi a pranzo! Che per carità anche questo ha un suo peso nel mondo, tutto questo permette di attivare un cambiamento. I pensieri prendono coscienza, forza, carnalità e iniziano a camminare e in certi casi a correre, sapendo benissimo dove vogliono andare e alcuni di questi vengono presi sul serio facendoli diventare pensiero comune e il cambiamento diventa….beh potete immaginarlo.
Tutto questo che c’entra con il 25 aprile del 1945? Forse niente, o forse tutto.
Il pensiero è libero sempre e comunque, il pensiero nasce libero, vive libero e muore libero. Può diventare immortale solo quando viene al mondo e condiviso. Ma per venire al mondo necessita delle parole. Le parole non sono libere sempre e comunque, hanno bisogno di essere sostenute, affermate e, se ce n’è bisogno, riaffermate. Il 25 aprile è da una parte il culmine di un pensiero che ha iniziato a prendere forma nelle prime persone che svegliandosi al mattino e guardando dalla finestra vedevano il proprio mondo sgretolarsi, iniziavano a pensare che in un mondo privo di libertà non volevano più vivere e magari alla domanda: a cosa stai pensando? Qualcuno avrà anche risposto: niente! Scuotendo la testa e iniziando una nuova giornata da regime.
In quel periodo i pensieri, per essere al sicuro, era bene tenerli custoditi, erano pensieri pesanti, pericolosi, avevano una forza esplosiva. E nonostante questo, qualcuno ha sentito la necessità di condividerli e si è accorto che tanti la pensavano allo stesso modo. Il periodo di gestazione è stato lungo. Dopotutto 20 anni di regime lo dimostrano. Ma quei pensieri sono diventati parole che hanno iniziato a viaggiare, sono diventati manifesto, sono diventate bandiere, sono diventate fede, missione, sono diventate “arma per il cambiamento” erano diventate: arrendersi o perire!
Immaginate la forza di quei pensieri incarnati in parole condivise. Chissà quanta paura ci sarà stata in quei tempi. Le persone sapevamo che sarebbero potute morire, ma non intendevano arrendersi, perché era giunto il momento di cambiare.
Dall’altra parte il 25 aprile rappresenta il giorno in cui quei pensieri, quelle parole, hanno proclamato l’insurrezione generale, nazionale. Non riesco a immaginare la tensione che poteva esserci tra quegli uomini la sera del 24 aprile, quegli Alfredo Pizzoni, Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini, Leo Valiani…insieme a tutti gli altri e con lo sforzo di chi non ce l’aveva fatta, stavano per cambiare il mondo. Avrebbero preso una decisione che ci avrebbe portato al mondo che abbiamo adesso. Loro, uomini che avevano creduto a dei pensieri, a dei pensieri liberi, a dei pensieri di cambiamento, mettendo la repentaglio la propria vita.
La storia poi ci insegna com’é andata a finire.

59esimo…Earth day

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59esimo….. È un altro mattino a “Locktown”! Si è fatto giorno senza che me ne accorgessi. Oggi è il giorno della Terra, il giorno di Pachamama. Una terra che si sta modificando e che dopo le piogge dei giorni scorsi, sembra si sia vestita a festa per l’occasione, via pigiama o tuta da quarantena e… sole, almeno nel pezzo di terra dove vivo.
Ma… il senso della Terra, in questo tempo, in un altro, e in altri tempi ancora, che senso ha? Questa bolla sospesa, in volo, all’interno di un grande acquario, immenso, senza fine, schiacciata nei poli, che senso ha? Calpestiamo la sua pelle dalla notte dei tempi e continueremo ancora senza aver chiesto: permesso! Posso?
Guccini quella “notte dei tempi” ce la racconta così: per capire la nostra storia bisogna farsi ad un tempo remoto: […] c’era un vecchio con la barba bianca, lui, la sua barba, ed il resto era vuoto […] quel vecchio lassù si annoiava […] poi toccò un filo scoperto, prese la scossa, ci fu un gran boato […] come son bravo che, a tempo perso, ti ho creato l’Universo […] prese un poco di argilla rossa, fece la carne, fece le ossa, ci sputò sopra, ci fu un gran tuono ed è in quel modo che è nato l’uomo. Era un venerdì 13 dell’anno zero del Paradiso […].
Fossi un viaggiatore del tempo mi metterei seduto in un qualsiasi posto, ovviamente con tanto di autocertificazione, pronto per scoprire questo senso, ma… << Mi scusi cosa ci fa qui seduto? Mi faccia vedere l’autocertificazione! Ma scusi, mi prende per il culo? Qui c’e scritto che lei si sposta nel tempo!>> E mentre controlla nel sul database, io parto e svanisco. Sono fermo in quel posto, ma in un altro tempo, in tutti gli altri tempi. Seduto, immobile, vedo scorrere tutto il tempo di Pachamama, che nel frattempo, si è stratificata, iniziando ad invecchiare, raggrinzire un po’ per  poi, raggiunta l’età della saggezza, iniziare a prenderci a calci nel culo perché le abbiamo mancato di rispetto. Abbiamo bruciato risorse che lei aveva seppellito proprio per essere utilizzate nei momenti di magra. Erano le provviste per gli inverni gelidi. Dopo tutto c’erano state glaciazioni, terremoti, esplosioni di vulcani in po’ di qua e un po’ di là, per cui bisognava tenersi pronti. E invece no! Abbiamo iniziato a scavare per trovare le ere trascorse, scoprire quello che lei stessa aveva voluto nascondere. Dopotutto ognuno ha diritto di tenere nascosti i propri scheletri nell’armadio. E quando abbiamo trovato tutte quelle risorse, tutti quei tesori cosa abbiamo fatto? Ne abbiamo abusato per costruire questo mondo che a Pachamama forse non piace granché. Oggi è il suo giorno, il suo 50esimo giorno. <<Che giorno farlocco, direbbe lei, creato dall’uomo per chiedermi scusa, per sentirsi meno in colpa, come se un giorno bastasse per ricucire tutte le ferite aperte nel mio ventre. Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio (questo è un detto che ho imparato dagli umani), alcuni si sono accorti di quel che accade, ma sono voci flebili, non hanno forza per cambiare le cose. Anche quando credono che stanno cambiando qualcosa, non é altro che un piccolo contentino che gli viene fatto dai poteri forti. L’ho vista quella ragazzina, come si chiamava, ah si! Greta. Lei ha scosso alcune coscienze e per farla arrivare in America ho zittito, per il suo viaggio anche l’Oceano, ma poi? È diventata anche bersaglio degli sfottò dei social. Anche i grandi del Pianeta, del mio Pianeta, le hanno fatto i complimenti, come si fanno i complimenti ai bambini delle scuole quando fanno il disegnino del riciclo o piantano la piantina nel giardino della scuola. Già Greta l’ho persa di vista, mentre i crateri aperti, la mia pelle sventrata rimane lì, a marcire sotto soli e piogge>>. Quanto avrà pianto, Pachamama, in tutti questi secoli, in tutte queste ere? Forse non si aspettava tutto questo. E chissà cosa direbbe il vecchio con la barba bianca di gucciniana memoria? Forse anche lui, quando le cose si sono messe male, a gambe levate, ha preferito cambiare galassia per ricominciare da zero, cercando di non commettere gli stessi errori. Dove ho sbagliato? si domanderà. E così anche Pachamama, che con le mani tra le mani e lo sguardo fisso chissà dove, si domanda dove sia l’errore di sistema che ci ha portato sino a qui. Pachamama ha perso tutte le lacrime, i vestiti strappati, indossa ancora una certa dignità, anche se si vergogna di tutto sto disordine.
<<Se dovesse tornare il vecchio con la barba bianca, come gliela giustifico tutta questa sporcizia, tutto questo degrado, tutto questo rumore. Ogni mattina al risveglio tutto sembra possibile, ma è una mera illusione, e vengo nuovamente scossa quando iniziano nuovamente a perforarmi, per tutto il giorno, le vene. Un giorno ci arriveranno al mio cuore e allora non avrò scampo. Per il momento mi riassetto con la notte>>.
Ritorno dal viaggio, un viaggio di ere che è avvenuto il tempo necessario, per il controllore delle autocertificazione, di mettermi una multa per non aver rispettato le disposizioni. Sono rimasto seduto per poco, nello stesso posto, ho visto scorrermi la terra nei suoi mutamenti in un attimo, l’ho sentita piangere, ma anche ridere, ho visto cose che a nessuno è permesso, perché io sono un viaggiatore del tempo e tutto si è risolto….in una multa! Il controllore delle autocerficazioni mi avrebbe dovuto chiedere dove andavo,  dove ero stato, se avevo una risposta su cosa possiamo fare per Pachamama. Niente di tutto ciò, lui aveva delle disposizioni da far rispettare e niente altro aveva importanza.
Dopotutto Pachamama c’é da sempre, c’era prima di me, prima di lui, prima di tutte le generazioni degli attuali vivi e ci sarà anche per i figli che stanno arrivando anche in questo momento che scrivo. Non sappiamo, e non ci è dato sapere, sino a quando ci sarà. Probabilmente ha ancora tanto tempo davanti prima che qualcuno arrivi a strozzarle il cuore e quindi, perché ci dobbiamo preoccupare? Continueranno ad aprire voragini tra le sue pieghe ormai stanche e nonostante i suoi colpi di coda, le sue urla d’allarme, continueranno a scavarle l’anima. Altro che giorno della Terra! Probabilmente a Pachamama non gliene frega un caxxo di questa festa umana, forse!